Camminare verso il mare, quando il tramonto lo lecca e gli lascia su una bava di lucine, sembra quasi di essere un tessuto di molecole in viaggio verso la dimenticanza finale. E così marciava passo passo nella sabbia, bucherellando la spiaggia di dunette con i piedi, Elrog Banbunbanbanu, in cerca di pensieri nella testa che invece vagava insperata verso sogni gabbiani.
L'odore misto di pesce, alghe e sale marcio, nonostante la bellezza intorno stillasse poesia come una corona lucente intinta nella rugiada, rendeva ben chiaro che il mare era lercio. Che lì dentro, di giorno e di notte, stronzi di bambini spiavano il momento giusto per farsi partorire sgusciando fuori dalle onde, in uno strano mistero di galleggiamenti e sprofondamenti. E non solo gli stronzi, ma anche i sacchetti di plastica, e più di ogni cosa gli stronzi che si infilavano nei sacchetti di plastica.
Erano dotati di una mente, quegli stronzi? O era un rollio e beccheggio che confezionava l'odorante spurghevole sinteticità come un buondì motta nella sua bustina sottovuoto?
La merda occupava molti pensieri di Elrog, e con lei le cellule, dotate di citostoma e citopigio, così simili a un essere vero e grosso, che mangia e caga e mangia e caga e un giorno muore.
All'improvviso, come un uomo in procinto di mutarsi in un mostro giapponese, Elrog fu scosso da dolori elettrici in tutto il corpo, un tumulto di angoscia che gli torceva i nodi del corpo come gnocchi. Urlò grosso e grave, raschiando tutto il suono via dalla gola e uscendolo come un fumetto grigio di nuvola e sangue, che non avresti saputo dire se fosse il suono o l'anima resa come le ultime ceneri al vento.
Elrog tremò e sballottò e la cute iniziò a lacerarsi e le dimensioni del corpo crebbero a dismisura e due corna bislunghe gli spuntarono sulla fronte e tutto si coprì di scaglie coriacee, i denti gli si allungarono in zanne insanguinate per il trauma delle gengive spaccate e perforate, due ali rachitiche gli bucarono la schiena per spuntare con orride cartilagini palmate e gli organi interni si mescolarono in un ripugnante mix di tessuti gonfi e pulsanti, ognuno dotato di piccoli denti per mangiare l'organo vicino e, nella confusione anatomica polposa, anche se stesso.
Elrog si era tramutato in un mostro orribile, che soffriva mozzicandosi da dentro, con il cervello oscuro coperto in una sensazione ottusa, più un istinto di fare che un ragionamento.
Era un mostro giapponese, ma non aveva nemici!
Entrò di corsa nel mare, pestandolo con i piedi per vendetta, fregandosene degli stronzi che ora erano piccoli, per lui, come residui di gomma pane. Ruggì e sibilò, muovendosi con goffaggine gommosa. Schiantò le onde con le palme dei piedi e minacciò il cielo ringhiando con i suoi artigli.
E intanto dentro di lui, gli organi si mangiavano l'un l'altro, persino a livello cellulare, citostomi e citopigi, la sua carne interiore si sbriciolava come grissini di frattaglia con un dolore sparsissimo e stritolante, suddiviso in milioni di bocconi contemporanei di se stesso, e il sangue iniziò a turbinare negli spazi vuoti del suo interno, fino a gorgogliargli in gola, a uscirgli dagli occhi offuscando la vista del tramonto. Gnam gnam, i dentini dentro, gnam gnam. Si obnubilò con un odio bestiale e senza luce, poi non possiamo dirvi più nulla.