Dirle subito, le cose, perdio! E perché? Non per salvare un amico, che non avrei salvato comunque, ma solo per aver ragione, per fare serpeggiare e godere l'io. Tre anni fa, in un locale con Davide, che non vedevo da qualche mese. E con Cristina, la sua ragazza che non vedevo da almeno un anno. Fidanzati da nove anni. Cristina accarezzava la mano di Davide e gli parlava con un amore finto e superato. Con il tentativo di un amore. Il suono artificiale della confidenza mi aveva ferito, perché la tristezza che prosciugava la verità, nei gesti di lei, era la traduzione del suo cuore, in cui l'amore per lui non c'era più, benché lei cercasse di evocarlo nei modi lisci della mano e ruvidi dello sforzo. Lui non si accorgeva di nulla, viveva ordinario la sua realtà senza misteri. Io non dissi niente, e a cosa mi sarebbe servito dirlo? Cosa sarebbe successo se la sera successiva gli avessi chiesto di uscire, io e lui da soli, per dirgli con aria compunta: “Davide, secondo me Cristina non ti ama più, l'ho capito perché le sue carezze sono create con la speranza morente”? Avrei scatenato un confronto tra loro? Con dei silenzi affermativi da parte di lei? Sarebbe poi diventata colpa mia? Li avrei aiutati? No. Pochi mesi dopo, Cristina l'ha lasciato all'improvviso. Lui se ne è uscito di testa per un paio d'anni, io non ho detto nulla. Ma se avessi parlato? Ah, che bella figura avrei fatto. Io l'avevo detto. Io avevo capito. Io sono quello che sa le cose. Avrei potuto dettare legge a lungo, nella vita di Davide. Sarei diventato autorevole nel campo dei sentimenti, e la mia piccola vita avrebbe avuto una medaglia di cui compiacermi, come un carro armato rospo gonfio sulle rovine dell'amore altrui.

Dove comincia la verità? Mentre penso a queste cose, divagando con la mente, vengo convocato da Antonio, il capufficio, che mi rimprovera perché la mia pausa pranzo oggi è durata un'ora e mezza, anziché un'ora. Eppure stamattina sono arrivato mezz'ora prima. Lo guardo fiero e offeso e glielo faccio notare. Lui esita un attimo, perché è una brava persona. E poi mi congeda annuendo burbero. Il fatto vero è che non sono arrivato mezz'ora prima perché sapevo che mi sarei dovuto attardare durante la pausa pranzo. È stato un caso: ho preso l'auto anziché i mezzi pubblici, perché stasera ho un impegno e tornerò a casa dopo che l'ultimo metrò avrà già terminato la corsa. E con l'auto arrivo prima. Non solo: mentre durante la pausa pranzo bighellonavo più a lungo del consentito, senza alcuna ragione importante, non pensavo neppure a quella mezz'ora in più. Non me la ricordavo nemmeno. È stata un'illuminazione, ho improvvisato quando Antonio mi ha un po' messo alle strette. Ho stabilito quella relazione compensativa e mi sono giustificato. Probabilmente, Antonio si è anche sentito un po' in colpa. Burocraticamente, tutto è regolare. Ho segnato la mezz'ora in più della mattina sul foglio presenze. Allo stesso modo, ho segnato anche la mezz'ora in più di pausa pranzo, dunque annullando il diritto allo straordinario che mi sarebbe spettato altrimenti. Questa è onestà. Di certo Antonio non aveva ancora visto i fogli presenza, quando mi ha convocato, per questo l'ho colto di sorpresa. E in ogni caso, si tratterebbe solo di un problema di forma, per lui: non vuole che un andazzo simile diventi la norma, soprattutto presso i colleghi. Sarebbe l'anarchia, teme, se ognuno potesse gestirsi le proprie otto ore in totale autonomia. Ma tornando a me: la situazione potrebbe sembrare risolta, ma io nell'ufficio di Antonio ho mentito. Perché con il tono di voce e con l'atteggiamento ho lasciato intendere, senza mai dirlo, che invece quella mezz'ora in più della mattina era stata un comportamento virtuoso. Ci ho messo dentro un'intenzione inesistente. Come se includesse, con lungimiranza, il previsto prolungarsi della pausa pranzo. Balle. Dunque le cose stanno così, come di traverso nell'esofago della verità: la burocrazia è intatta, ho lavorato otto ore come sempre, benché distribuite in modo diverso dalla norma. Con Antonio, ho insinuato una logica posticcia nella spiegazione dell'accaduto, che mi ha messo in buona luce. Diciamo in luce neutra, ma diventata buona grazie al contrappeso del senso di colpa del capufficio. I fatti tornano. Ma ho mentito.

Non dicendo nulla a Davide, ho atteso e rispettato il verificarsi della verità. E per assistere al mio avere ragione, ho dovuto tacere. Lo so solo io, ma non sono sicuro che mi basti, e rodo perché non sono riconosciuto protagonista dello splendore, benché abbia tutte le carte in regola nella mia intelligenza pigra e scafata.