L'acclamato Frauz scriveva racconti balordi, unanimemente considerati intraducibili dagli stessi traduttori, i quali, trascinatisi con stenti e pene all'altezza della decima riga, preferivano perdere per sempre il manoscritto di Frauz nel tritarifiuti piuttosto che macchiarsi del delitto di rendere i loro concittadini mescolati nel cervello con i vaniloqui pretenziosi e gonfi dell'acclamato. Ma acclamato perché, dunque? Perché agiva nei confronti di se stesso e dei propri, di concittadini, con un'equanime squilibratezza bi-estrema che lo rendeva, simultaneamente, il più vituperato e il più desiderato dei locali. Locali non dico di dove non per reticenza ma per inutilità. Rimini vi va bene? Allora diciamo Rimini, tanto è lo stesso.
Introduciamoci nel sugo, ora.
A vederlo, Frauz, dava già l'idea che un non so cosa ma un qualcosa di strambo e disordinario c'era, in lui. Sulle prime pareva che i capelli crespissimi, molto più delle crespelle di Crespellano, terra di donne prosperose e vitali, tanto che nessuno si è mai accorto delle squisite crespelle, ecco dicevamo sulle prime pareva che i capelli crespissimi fossero davvero incredibili sulla sua carnagione smunta e paurosa, dai colori assenti e assorbiti in un grigiore malaticcio. Poi però ci si avvicinava con una scusa, ad esempio sbirciare le civette dell'edicola di fianco alla quale Frauz stava oziando in quel momento lì, e gli si buttava l'occhiata roditrice che non riusciva a rinunciare allo spionaggio pettegolo.
E meno male! Perché solo in quel modo, con un'indagine puntuale e noncurante (e svelta ma ben dosata), si poteva notare che il vello che tegumentava il cranio di Frauz non era composto di crine umano, bensì... di moquette!
Avete capito bene! A meno che non abbiate capito “linoleum”, “vetroresina” o “Bolaffi”. Moquette! Ma perché moquette? E questo, se avete la bontà di non assillarmi con la vostra ansiogena calura di partecipazione, ve lo spiego.
Tutto si tiene: la ragione per cui l'acclamato Frauz scriveva pomposi racconti inchiavardati poi, strucca strucca, sul nulla più tondo, era una viscida e acida supremazia dell'ego nel suo istinto. Una sorta di pungolo, verosimilmente in qualche modo inguinale nella sua essenza, che lo portava ad alzare il ditino nelle discussioni, a sporgere naso e mento nelle situazioni convulse che prima o poi calamitavano la sapienza futile di qualche dottorino impomatato (Frauz, per esempio), a elargire pareri con quello schermo posticcio delle mani avanti e dello sguardo di chi biasima se stesso per l'inadeguatezza del proprio ritenere, ma contemporaneamente non si astiene dal rovesciare a grandine il proprio giudizio secco e polemichetto su qualsiasi argomento sia fertile alla indignazione a buon mercato degli ignavi del ragionamento.
Capirete dunque che l'acclamato Frauz non poteva non riuscire indigesto tanto agli umili, che venivano zittiti in malo modo dalla petulanza del sapientino, quanto ai savi, che venivano urtati dal conflagrare del sussiego della forma con la pauperità del contenuto.
Ora. Frauz era certamente esecrabile e puzzolente all'anima, ma non si poteva tuttavia negare che in lui fosse presente la qualità dell'intelligenza. Distribuita senza picchi né sfumature, certamente, ma pure non dileguatasi del tutto. Cosa comportava ciò? Che Frauz, ahilui, si rendeva perfettamente conto, mentre sciorinava le proprie opinioni con falsa modestia e piccato sdegno amareggiato, del suono irritante della propria voce querula, della scialba grossolanità della propria pretesa ironia, che in realtà non riusciva mai ad essere né originale né pungente. Ma come se il suo agire fosse dettato dal carattere goffo e nasale di un tredicenne, non era mai in grado di trattenersi entro un invisibile silenzio.
In cosa si traduceva tutto ciò? Nell'accettare supinamente la gragnuola di obiezioni seccate e ruvide che gli toccavano di ritorno. E quanto più l'ascoltatore, tediato dalla scarsità di stimoli, aveva tollerato con paziente educazione gli sproloqui di Frauz, tanto più gli restituiva pareri documentati e contrari senza mascherare in alcun modo l'insofferenza masticata aspra nel precedente turno conversazionale.
E più questo atteggiamento veniva accettato ad occhi bassi da Frauz come giusto, più l'interlocutore ne approfittava, rimarcando (soprattutto in presenza di donne prelibate) la stolta prosopopea del nostro, e utilizzandola impunemente come trampolino per lanciare il proprio dire sciolto, istrionico e completo.
Acclamato, dunque, Frauz, poiché lasciandosi mettere regolarmente i piedi in testa ad ogni occasione, consentiva a uomini lucidi di brillantina e con i bottoni decidui sui ventri traboccanti adipe, appena meno mediocri di lui, o forse solo sufficientemente abili nel dirottare la conversazione su argomenti col vento a favore, di emergere colossali e perfino tutto sommato snelli agli occhi delle invitate, fossero esse squinzie dal cervello mai frugato, oppure mature e colte signore ancor belle, pronte a chiudere un occhio sulla boria benevola dell'omaccione, purché questi fosse disposto a concedere il paravento di un colloquio brillante prima di scaraventarsi l'uno addosso ai sudori dell'altra.
Insomma, Frauz era il gadget conversazionale con cui i gagà non più giovani o non abbastanza muscolosi si procacciavano la fatica di una notte cigolante di goduria.
Questo tirarla in lungo e in largo per giungere alla spiegazione: la moquette trapiantata in capo per meglio farsi mettere, come si diceva poc'anzi con locuzione calzante, i piedi in testa. Codardia servile? Acuta denuncia? Autodenigrazione suicida? Escluderei la seconda. Codardia servile e autodenigrazione suicida, conoscendo Frauz, mi sembrano spiegazioni validissime. Non trova anche lei, mia cara?